SQUILIBRI FAMILIARI
Sgomèa e Tom Tom Daddy a Ischia per tre settimane.
Il Rondine, Patatina Fritta e Gattone in Calabria fino al cinque giugno.
Io murata qui.
C'è qualcosa che continua a non tornarmi.
INTONATO
L'ho raggiunto in centro con addosso una maglietta gialla e blu.
Lui mi si è fatto incontro tenendo in mano un mazzo di fiori esattamente di quel colore.
Io riconduco l'episodio all'affascinante casualità della vita.
Lui si spaccia per veggente, sensitivo, mago, prestigiatore, anima gemella, semidio.
SEE YOU LATER
Mattinata intera di lezione, compito in classe, pianificazione della spedizione romana, pranzaccio al barraccio, consiglio di classe e collegio dei docenti lampo per la scelta dei libri di testo.
Direi che una pausa ludico-gastronomica è ciò che mi abbisogna.
Esco, pedalo incontro al Pepo, mi fermo e cena fuori insieme a lui, rientro e scrivo.
Ci si vede dopo?
Loro ancora non lo sanno, perché la telefonata l'ho ricevuta una volta uscita da scuola, stamani, alle undici e dieci.
"Pronto?".
"Professoressa buongiorno, chiamo dall'Istituto Giapponese di Cultura di Roma...".
"Mi dica".
"Volevo annunciarle che i vostri haiku sono in finale e che vi aspettiamo il 29 maggio a Roma per la solenne premiazione".
Ecco, ora lo sanno.
INSOMMA PROFE, COME SIAMO ANDATI?
Il ritrovo previsto dall'organizzazione dell'iniziativa era per le tre e un quarto in piazza Santa Croce.
Ero dentro un negozio alla ricerca di ombra e refrigerio, quando li ho sentiti entrare.
Vocianti e ingombranti, in venti hanno invaso la bottega di pelletteria artigiana costringendomi a fuggirne, spinta fuori dallo sguardo severo di una commessa intransigente.
"Ci sono i giornalisti, vorrebbero intervistarli" mi ha detto il Peside, lettore anche lui di un canto dell'Inferno.
Ci parevano nati, davanti al microfono e alle telecamere (clicca qui per il video e qui per la foto di gruppo).
"Sì, abbiamo studiato Dante l'anno scorso e quest'anno abbiamo partecipato a un concorso nazionale e a questa manifestazione" dichiarava uno con quel suo proverbiale sorriso da cartone animato stampato sulla faccia perfettamente rotonda.
Un uomo gli si è fatto improvvisamente vicino e, leggendo "26" sulla loro pettorina in stoffa bianca, ha attaccato: "Godi, Fiorenza...".
E' stato un attimo. Il coro è partito spontaneo, come caricato a molla, come programmato elettronicamente: "...poi che se' sì grande, che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande...".
Mi hanno bussettato da dietro e ho visto (con grande piacere) Perladarsella e il suo compagno, il solito che l'anno scorso, attratto da un gruppo di ragazzini che con la loro insegnante seguivano la stessa iniziativa, li fotografò scoprendo dopo poche ore che ero io con la mia classe.
"Ma quello è...?".
"Sì".
"Ma quella è...?".
"Proprio così".
"E quell'altro è...?".
"Davvero!".
"E lui qual è?".
Il Presidente della Provincia, con il consueto "Canto Uno" a cui ci ha abituati, ha aperto una delle giornate più appiccicose e uggiose della stagione e noi, udita la sua declamazione, abbiamo puntato dritti verso via Gino Capponi, dove si trova la Società Dante Alighieri, che ci aspettava.
"Maremma, oddove c'hanno confinati?!" si lamentavano i ragazzi al galoppo dietro me, che ero ossessionata dal rispetto di un tempo perfettamente sincronizzato con gli altri novantanove cantori.
Invece la lochèscion era favolosa.
Acustica ovattata, pavimenti mochettati, atmosfera semi-religiosa.
"Ho fame!", "Ho sete!", "Ho caldo!" dicevano quei piagnucoloni, occupando le poltroncine delle due prime file.
Ho visto i miei grandi amici Elio e Mariella.
Ho visto i miei ex studenti del serale.
Ho visto un paio di primini coi loro genitori.
Ho visto biancifiore.
Non ho visto altr3menti e nemmeno maestraex, ma poi ho saputo che c'erano.
E ne ho gioito.
E li ringrazio di cuore, per essere venuti, a dispetto di una stagione che non invogliava e di una corsa contro il tempo a cui la manifestazione costringeva.
Alla mia classe era stata assegnata la terza replica.
Un'assistente coordinava i tempi e ci ha dato il via.
In contemporanea con gli altri trentatré lettori degli altri canti dell'Inferno, i ragazzi hanno aperto le loro bocche alle cinque e dieci in punto.
"Insomma profe, come siamo andati?" mi hanno chiesto lunedì mattina in classe.
Eppure l'hanno visto che, seduta in prima fila, guardandoli, piangevo.
HIC SUNT LEONES
Almeno io lo spero.
Perché quelli, che in classe (appunto) fanno tanto i leoni, sono capaci di diventare dei gattini impauriti al cospetto di un pubblico per metà assai familiare, ma per metà del tutto ignoto.
"Speriamo non venga nessuno" si augurano da una settimana.
Tra un'ora usciranno da scuola, andranno tutti a pranzo insieme e alle tre (con gli altri novantanove cantori) affolleranno piazza Santa Croce, posizionandosi sotto la statua di quel loro amico con la faccia incazzata.
Assisteranno alla lettura del primo canto dell'Inferno e poi raggiungeranno la postazione che è stata loro assegnata: la sede della Società Dante Alighieri, in via Gino Capponi al numero 4.
Declameranno una sola volta e spaccheranno il minuto, coordinati da una regia che manovra l'intera iniziativa in tutto in centro cittadino.
La lettura integrale del canto di Ulisse (il XXVI dell'Inferno) dura dieci minuti.
Le loro voci si alzeranno, emozionate, forse tremanti, alle 17,10.
In bocca al lupo ai miei ragazzi adorati.
IL GATTONE
Dice che stava a sedere in terra, col suo bel culo imbottito e grasso.
Pacioso e gaudente, aggeggiava con certi balocchi colorati, biascicava qualcosa di indefinito e gorgheggiava non si sa quale discorso.
A un certo punto, come se gli pesasse il capo, s'è piegato in avanti.
Ha steso le braccia, ha aperto le mani, le ha appoggiate sul parquet, ha rizzato le mele, ha sganciato una risata delle sue.
Ed è partito.
C'ha ancora da fermarsi.
FAMIGLIE MODERNE
"Uffa, ma che ci stai zitta o no?" buba stamani un primino rivolto alla sua compagna di banco.
"Come ti permetti di parlare con questo tono a questa ragazza deliziosa?" lo rimprovero.
"Eh, sì, deliziosa, come no" risponde lui.
"Ma se è bellissima e dolcissima!" insisto.
"Macché! Per nulla invece!" ribatte lui.
"Occhio: chi disprezza vuol comprare" sentenzio.
"Macché! Io non voglio comprare proprio nulla!" si difende quello.
"Eheheheh... -lo canzonano i compagni- per forza! A lui, professoressa, gli piace la sua alunna di terza!".
"Lei?! Ma è troppo grande per te!" esclamo fingendomi inorridita.
"E cosa c'entra?! -esclama lui- la mia mamma ha otto anni più del mio babbo!".
"Ah, be', se è per questo, anche la mia mamma è più grande del mio babbo: di cinque anni!" confida un altro.
"E la mia? Di tre!" dice un terzo.
"Anche la mia! -aggiunge un quinto- è più grande di sei anni".
"E la mia di sette!" racconta una biondina troppo buffa.
"Anche la mia, ma solo di due mesi..." quasi si rammarica un altro ancora.
Visto lo straordinario livello di modernità presente nelle famiglie di questa classe originale, mi sbottono anch'io e confesso orgogliosa quello che fino a qualche tempo fa sarebbe stato inconfessabile.
HAI VISTO BUBU E CENCINO?
L'inossidabilità e il successo di una coppia si basano su certi atavici rituali spesso inspiegabili e (ma solo apparentemente) assurdi.
"Hai visto Bubu e Cencino?" chiedo io per esempio ogni sera accucciandomi sotto le coperte insieme al Pepo e cercando a tastoni nel buio i miei compagni della notte.
E lui ogni sera ha una risposta diversa da darmi.
"Se ne sono andati, ma ti hanno lasciato una lettera".
"Sono in sciopero".
"Stanno giocando a nascondino".
"Mi hanno detto di dirti che non ti sopportano più".
"Li ho uccisi".
"Mi sono sbarazzato di loro con la violenza".
"Li hanno rapiti, chiedono un riscatto salatissimo".
"Puzzavano, li ho gettati".
"Parlavano a voce troppo alta, li ho chiusi in un armadio".
"Sono di là alla tele".
"Li hanno visti in centro".
"Li hanno visti in Madagascar".
"Li hanno visti in Thailandia".
"Nessuno li ha più visti".
"Dormi su, e non pensare a loro".
"Li ho invitati ad uscire per restare un po' da solo con te".
Trovo queste risposte originalissime frasi d'amore e generalmente mi addormento col sorriso.
Anche perché, nove volte su dieci, quei due spuntano fuori subito dopo.
TUTTI GIU' PER TERRA
Che poi, se uno deve spararsi una sfacchinata a piedi per raggiungere il posto di lavoro dall'altra parte della città, è chiaro che si deve mettere la scarpina comoda.
E allora, dopo un autunno-inverno su tacco sette, eccomi là questa mattina sul tacco zero della mia adidas sudicia e sbucciata.
"Profe! Occome l'è rientrata?!" è stato il commento unanime degli screanzati di terza.
Uno (più screanzato di tutti gli altri) mi ha fatto notare che, collocata frontalmente al planisfero, non arrivo nemmeno alla Russia.
Sono lontani i giorni in cui li chiamavo i-miei-nanini e gli facevo pat-pat sulla capoccia.
Ora il pat-pat mi tocca incassarlo, e zitta.
WALKIN'
Le ultime settimane di vita sedentaria mi hanno fatto lievitare.
"Devi assolutamente fare un po' di moto" dicono gli esperti (Sgomèa, Pepo e TomTom Daddy, tutti più grassi di me).
"Ricomincerò ad andare a scuola in bicicletta" promettevo.
"Macché macché: la bicicletta fa troppo poco. Per codeste lonze ti ci vòle una terapia d'urto".
Sicché stamani sono andata a scuola a piedi.
Un'ora per andare e un'ora per tornare.
Sudata come un malléfico.
Stracca morta.
Una capaccina di sonno da urlo.
I piedi appiccicosi.
L'ascella pezzata.
Il ciuffo appiccicato alla fronte imperlata.
La testa guazza per la musica sparata a mille dall'i-pod.
Insomma, una fortuna avermi in classe.
SCHIACCIATETTE
La gita al parco naturale di Cavriglia è stata divertentissima e istruttiva: abbiamo imparato a fare il pane e abbiamo fatto un'indigestione di schiacciatine all'olio.
"Fate l'analisi grammaticale di questa frase" dico ai primini.
Quindi passo tra i banchi, controllo i quaderni, tiro pacchine tra capeccollo, spettino capelli e prendo in giro sottovoce i ventiquattro elementi di quella classe che mi piace tanto.
"Professoressa -chiede a un certo punto qualcuno- schiacciatine è un nome alterato vero?".
"Sì".
"Ed è un vezzeggiativo?".
"Macché -risponde un altro- è un diminutivo. Se fosse stato vezzeggiativo sarebbe stato schiacciatette, vero professoressa?".
"Sì, sarebbe stato schiacciatette".
Oh, vedrai.
PROFE, COM'E' ANDATA LA GITA?
Alla domanda di quelli di terza ho risposto con la verità.
La gita coi primini è andata bene. Anzi benone.
Perché con una meta così modesta, in un posto a me così affettivamente poco caro e in una giornata che meteorologicamente prometteva così poco, mai mi sarei aspettata di stare tanto bene.
E invece bene. Anzi benone.
Perfino davanti agli animali ospiti del Parco, molti dei quali (oche, papere, cinghialotti, mufloni, pony, cavalli, lama e ciuchini) sono perfetti per un ambiente come quello e se la godono liberi sull'erba e nei boschetti. Dei cosiddetti esotici (un orso rimasto solo dopo l'improvvisa e provvida morte delle sue due compagne, tre tatanka americani e quattro o cinque macachi abbastanza tristi) il comune di Cavriglia aspetta invece una sparizione naturale, vista l'impossibilità del reinserimento in natura di animali nati e poi vissuti in cattività.
Eravamo due sezioni e quattro colleghe: perfette per una divisione di spazi e tempi. Mentre la mia classe scarpinava nei boschi per raggiungere la Buca delle Fate ed esprimere desideri da lasciare a elfi, gnomi e fatine, l'altro gruppo imparava a fare il pane da un fornaio che tiene corsi ai ragazzi di tutte le età.
Pranzo tutti insieme e, dopo, scambio delle attività.
"Preparatevi: in gita v'infarino anche le mutande" avevo sibilato a denti stretti nelle settimane scorse in classe.
Ma io scherzavo.
Loro invece no.
E così ieri sera la farina nelle mutande ce l'ho trovata per davvero, mentre chiusa in bagno lavavo via terra, polvere, foglie e briciole (ma trattenevo i ricordi) e mentre il Pepo invasava il piccolo maggio ciòndolo che (col permesso della guida) gli ho portato in dono salvandolo dal buio eccessivo del bosco umido, freddo e profondo.
MISSING PEPO
Erano le tre del mattino quando mi sono rigirata nel letto e, avvertendo un grande vuoto accanto a me, tra il sonno mi sono resa conto di essere da sola.
"Pepo!" ho biascicato.
"Pepo!" ho alzato la voce.
"Pepo!" ho urlato infischiandomi di Elde, Ezi, Rose, Zittini, Carlotte e Vittoriani vari.
E siccome mi rispondeva solo il silenzio della tenebra notturna, mi sono alzata e sono partita alla ricerca del Pepo nei quaranta metri quadrati del nostro superattico cittadino.
Solo quando l'ho pestato ho capito di averlo trovato, bianco sul tappeto bianco, coperto da un lenzuolo bianco, per difendersi da un attacco di zanzare nere.
UNO DUE TRE... SI PROVA
Ormai è un mesetto che, in terza, più o meno tutte le mattine apriamo la nostra lezione di Italiano con la ripetizione del canto XXVI dell'Inferno.
E ormai mancano solo tre giorni alla lettura pubblica di uno dei canti danteschi più noti.
Oggi, all'ultima ora, per potenziare il pathos, accrescere una sana tensione da esibizione, creare l'atmosfera e scioglierci meglio occupando spazi più vasti, li ho portati tutti nella cosiddetta Stanza del Teatro.
Ognuno ha le proprie terzine assegnate.
Ognuno sa che deve fare la propria parte.
Ognuno sa che deve dare il massimo.
"O FRATI! CHE PER CENTO MILIA PERIGLI SIETE GIUNTI A L'OCCIDENTE, A QUESTA PICCIOLA VIGILIA DE' NOSTRI SENSI CH'E' DEL RIMANENTE, NON VOGLIATE NEGAR L'ESPERIENZA DI RETRO AL SOL, DEL MONDO SANZA GENTE!",
ha detto un alunno impavido, sbucando fuori dall'armadietto di metallo in cui si era rintanato mentre c'era quel subbuglio preadolescenziale che agevola tanto la pianificazione e la realizzazione di certi scherzi imperituri.
LA GITONA
Gitona coi primini, domattina.
Partenza alle otto e un quarto.
Rientro previsto per le sette e mezzo.
Meta: Parco Naturale di Cavriglia.
Potrebbe scappare da ridere, se non corressi il pericolo di mettermi a frignare, come mi capita da sempre quando vedo animali in gabbia.
A CUORE APERTO
Ai primini che, dall'inizio dell'anno, chiedono se saremo insieme anche l'anno prossimo, questa mattina ho detto le cose ("cose non si dice!") come stanno.
Le cose ("cose non si dice, uffa!") stanno che, nel giro di pochi giorni, avrò notizie relative al richiesto trasferimento alle scuole superiori.
Ne abbiamo parlato oggi, con grande serenità.
"Ma profe, noi vogliamo lei!".
"Ma profe, non ci lasci!".
"Ma profe, chissà chi verrà al posto suo!".
Al posto mio, sempre ammesso che ci sia un posto per me altrove, verrà sicuramente una che varrà la pena di conoscere e amare. Tanto che, dopo una prima settimana passata nel rimpianto, dopo una seconda settimana passata nel ricordo, già alla terza settimana qualcuno di loro si domanderà perplesso: "Landi chi?!".
Le cose ("ma insomma: cose non si dice!") tra gli studenti vanno in questo modo.
E' la vita.
Menomale.
MI RIFIUTO!
Dopo che mi sono impavidamente opposta all'ultima correzione proposta (il suo "esaltare" al posto del mio "fogare"), l'addetta al controllo delle bozze ha dichiarato, appuntandolo sul cartaceo, "l'autrice si rifiuta di collaborare".
Sono felicissima.
Domani si va in stampa.
In anteprima per gli affettuosi lettori di questo blog, presto, prestissimo (Davidone, sei pronto?), l'immagine della copertina e il via ai liberi commenti.
MI FIDO DI TE
"Mi fido di te" ha detto il Rondine al Pepo.
"Anch'io mi fido di te" ha aggiunto Patatina Fritta.
"Oh, mi fido anch'io" ho esclamato io.
Siamo qui a sperare che il potente Fidanzato Belpelato eroicamente riesca a entrare in possesso di quattro biglietti per andare, tutti insieme, al concerto che Lorenzo Cherubini terrà fra poche ore al Mandela Forum di Firenze.
Ma secondo me.
DOPO VENT'ANNI
"T'avverto: l'è matta. E' sempre stata matta".
Con queste parole il prete bello di qualche post indietro si è rivolto al Pepo stringendogli la mano.
Lo diceva sempre anche a me, quando ero ragazzina.
Ma io credo che la mia mattana gli sia sempre piaciuta.
Erano venti anni che non lo rivedevo.
Non venti giorni, non venti settimane, non venti mesi.
Venti anni.
E' arrivato in bicicletta. Come quando, venti anni fa, arrivava all'oratorio, percorrendo gli ultimi metri ritto sui pedali, un po' di sbieco, pronto a scendere al volo.
"Sempre te. Sei sempre te" mi ha detto poi tirandomi un po' da parte e stringendomi in un abbraccio forte, parecchio forte.
Il nostro rapporto era tattile anche allora. Ci afferravamo le mani in una catena che si chiudeva formando un grande cerchio umano quando dicevamo la preghiera più bella. Ce le stringevamo per scambiarci un segno di pace. Ci spintonavamo giocando a calcio insieme. Ci sgomitavamo mangiando alla stessa tavola.
E poi gli scappellotti tra capeccollo che mi ha tirato lui non me le ha tirati mai nemmeno la mia mamma.
"Mi riconosci?" gli ho chiesto.
"Dal vivo sì. Da quella foto brutta che mettono tutti i sabati sul Corriere no -ha detto lui- fattela cambiare".
Quando l'ospite della giornata è giunto, biondo e straordinario sul seggiolino della Ypsilon crema del suo babbo, il prete bello ci ha dovuto far notare che quello sdrucinìo di istantanee a cui ci stavamo selvaggiamente abbandonando sotto il porticato della Collegiata, andava lasciato a sacramento ultimato.
"Tutti le foto se le fanno dopo: voi prima!" ha esclamato, ridendo col risucchio.
A nessun umano ho mai udito un risucchio come quello, nella risata. Contagioso, liberatorio, con un fondo di religiosa follia. Perché lui dice matta a me. Ma insomma.
Quindi ci ha condotti nella cappella piccola e circolare, raccolta e fredda come sono fredde le chiese d'estate.
"Al padrino la candela, alla madrina la veste bianca, a me l'olio e l'acqua: siamo pronti" ha detto vestito di bianco e di rosso, apparecchiando l'altare.
"Vesto anche il rosso perché è la Pentecoste -ci ha spiegato poi- cinquanta giorni dopo la Pasqua. Diversamente, sarei stato tutto bianco".
"Non siamo molto preparati: avresti dovuto tenerci un corso accelerato" gli ho detto dal mio posto.
"Mi sarebbe toccato anche bocciarvi" ha tagliato corto lui.
Ha sempre tagliato corto, lui.
Risposta pronta, battuta tagliente, ruvido e rustico. Ma negli occhi il sentimento buono dell'amore umano per gli umani.
"Che nome avete scelto per il vostro bambino?" ha domandato al Rondine e a Patatina Fritta.
"Francesco" hanno risposto quelli.
"Eh" ha aggiunto SuperFranco, facendosi la cacca addosso a metà rito.
"Per quale motivo proprio questo nome?" ha insistito l'uomo dai capelli di latte.
"Perché mi piace quello d'Assisi" ha detto mio fratello.
Così la chiacchierata che s'è fatta è stata tutta intorno a quel ragazzo folle che scaraventò damaschi dalla finestra, che s'ignudò davanti al vescovo, che camminò tutta la vita a piedi scalzi e che inaugurò l'inizio ufficiale della lingua italiana.
"Se non ci fosse stato Francesco, la Chiesa forse sarebbe morta da secoli -ha detto il mio amico prete- Francesco ha reso umano il volto di Gesù e ce lo ha fatto sentire uomo e fratello".
Per un momento ho rivisto mio fratello piccolo come suo figlio, la mia mamma una giovane donna semplice e bella, il mio babbo l'uomo silenzioso e serio che era tanti anni fa, e il sacerdote che celebrava quella messa il cappellano che era quando io ero una bambina.
Ho ripensato all'effetto che mi facevano le sue parole, quando mi parlava. A quanto ci ragionavo sopra, quando il silenzio calava tra di noi e io restavo sola. A quanto ho imparato allora ad amare la natura fragile e innocente, l'umanità buona e cattiva e il mistero della vita pauroso e affascinante. A quanto mi sono rimasti dentro quei valori, a quanto mi sia impossibile distaccarmene, a quanto non abbia mi inteso rinnegarli.
"Non pretenderete mica di recuperare questi vent'anni tutti in una volta, voi due?!" ha detto Sgomèa raggiungendo l'altare dove lui registrava i dati di Francesco e io guardavo le sue mani come quando ero piccina e pensavo che, sì, sono cresciuta, ma quelle mi sembrano ancora grandi e potenti come allora.
"No, ci vorrebbe una settimana intera" ha riso lui.
"Ci vuole un ritiro spirituale come quelli che si facevano a Linari o a Campiglioni!" ho riso anch'io.
"Ma il nostro punto fermo resta Gastra" ha aggiunto serio lui.
"Sì, Gastra per sempre" ho detto.
"Per quanto tempo ci sei venuta?".
"Dalla quarta elementare alla fine del liceo: troppo".
"Perché dici troppo? Tanto lo sai. Tutto torna lì".
Io, se tutto torna lì, non lo so.
Però so che rivedere una delle persone più importanti della mia vita ha reso questo giorno un giorno davvero importante.
SFILATINA DOMESTICA
Fedele alla tradizione della famiglia in cui sono cresciuta (e soprattutto erede di TomTom Daddy, che ce le ha sempre propinate nelle grandi occasioni), a minuti darò inizio alla Sfilatina Domestica degli abiti tra cui scegliere per presentarmi al battesimo del mio primo, amatissimo nipote.
La Sfilatina Domestica era prassi consolidata ai tempi in cui i quattro elementi della mia sgangherata famiglia vivevano ancora tutti insieme e giungeva (frequente, vista l'origine partenopea di Mamma Sgomèa) il giorno del matrimonio, della comunione, del battesimo di qualcuno.
Tutti e quattro ci divertivamo a fare le prove dell'abito, rintanandoci nella propria stanza per uscirne bardati daccapappiedi come se avessimo dovuto uscire a minuti. In realtà la sfilatina aveva generalmente luogo il giorno prima della cerimonia, anche per dare all'indossatore la possibilità di correre a comprare altro in caso di clamorosa fischiata del pubblico presente.
Quello che però sfilava meglio e che (soprattutto) si divertiva più di tutti era sempre TomTom Daddy.
Il mio babbo, con un altro fisico, avrebbe certamente fatto il modello.
Per far capire il tipo, invece, dirò di quando (ragazzino) si iscrisse a un corso di musica e il maestro (impietoso) gli disse di lasciar perdere il violino e il pianoforte e di buttarsi sul trombone, stroncandogli la passione sul nascere. Mai TomTom Daddy avrebbe accettato di suonare il trombone.
Eppure, pur nei suoi periodici chiletti di troppo, TomTom ha sempre avuto una classe esagerata.
Ai tempi, si serrava in camera, adagiava sul lettone tutto l'armamentario da indossare (l'aveva visto fare a Riccardo Gere in American Gigolò) e, dopo una bella doccia, lo indossava.
Indi annunciava se stesso.
"Pronti?".
"Vai!".
Noi lo aspettavamo in salotto, spaparazati sui divani e sulle poltrone, pronti a commentare, giudicare, ridere e votare.
E lui arrivava, la mano in tasca, la giacca chiusa da un solo bottone, il passo felpato, l'aria sorniona, ammiccante.
"Bada cheffiho!".
"Mmmh, stai benissimo Mega!" ("Mega" è un altro dei suoi ormai incontabili epiteti, tra cui primeggia anche "Gano, il duro di San Frediano").
"Chebbabbo!".
"Allora? Come sto?" chiedeva conferme lui.
"Cheffanatihone" commentava finta sprezzante Sgomèa, mentre dal volto le traspariva il ricordo della cotta clamorosa che aveva preso da giovane per quell'uomo tenebroso dal monoboccolo alla Elvis e dal cilabbro carnoso.
Appagatissimo e tronfio d'orgoglio, il babbo girava su se stesso e tornava indietro, per poi venire nuovamente avanti e tornare indietro un'altra volta, lungo una passarella immaginaria ch'egli cavalcava con eleganza classica. C'era da sbottonare e sfilare la giacchetta e (mossa imperitura) da appoggiarsela sulla spalla trattenendola con un dito solo, l'indice.
Quando sostava davanti al suo pubblico osannante, lo faceva sporgendo in avanti una gambina, gesto vezzoso che non dimenticherò mai.
Ora che vivo con il Pepo, cerco di ricostruire scena, situescion, allestimento, musica e atmosfera, sfilando per lui e poi dandogli il turno, affinché sfili per me come il mio babbo.
E' vero, il mio fidanzato indugia in atteggiamenti meno classici e osa molto di più di TomTom Daddy, che non si sarebbe mai permesso di presentarsi in scena in mutande o completamente nudo con l'unica eccezione di una cravatta, ma insomma, io dico che va bene uguale.
PAIO E COMPAIO
Torno ora fresca fresca dalla parrucchiera.
Paio un lampadario coi bracci elaborati di vetro di Murano.
Chissà Franco domattina, appena gli compaio davanti, come si sganascia dalle risate.
STRANE FORME DI RAZZISMO
Il Pìgola questa mattina è stato svegliato dal decespugliatore degli operai comunali, giunti nel nostro quartiere a sfoltire le aree verdi.
"Ma porc..." ha detto alzandosi dal letto.
"Dove vai?" ha biascicato La Marroncina tra il sonno.
"Vo a fagli una partedimerda dalla finestra!" ha annunciato lui.
E invece, dopo un breve silenzio, il Pìgola è tornato a letto.
"Ma non ti ho sentito dirgli nulla..." ha detto lei.
"Mi sono affacciato, ho visto che erano neri, ho cambiato idea".
La Marroncina (intuibilmente di colore come loro) non ha reagito bene alla notizia e di prima mattina lo ha coinvolto in un'inaspettata discussione sul razzismo.
LE PAROLE TAGLIATE
Ardua e faticosa è stata l'operazione di correzione, aggiustamento, taglio e piega effettuata sulle pagine del mio nuovo libro dai correttori di bozze della Mondadori.
Non è facile correggere una che, di lavoro, corregge tutti i giorni come minimo una cinquantina di persone.
Non è semplice farle accettare il cambio, la sostituzione, addirittura l'eliminazione di questa o quella parola che in lei è scaturita spontanea, ma è al contempo frutto di meditazione, ricerca e certezza d'efficacia.
E non è facile nemmeno convincere una toscana che qualcosa che dice o scrive potrebbe non essere capito, nemmeno in tutta Italia: in tutto il mondo.
La fortuna ha voluto che la correttrice che mi è stata direttamente affiancata e con cui ho passato una settimana al telefono, fosse simpaticissima, allegra, leggera e disponibile.
"Tipo, Anto: ributolare..." mi diceva.
"Eh" attendevo io.
"No, dico... ributolare... che vuol dire?!".
"Rigirare su se stessa qualche cosa".
"E' italiano?!".
"No, è valdarnese".
Ah, ecco, nemmeno toscano in generale, nemmeno fiorentino in particolare... valdarnese!".
"Sì. Bello eh? Sentito che suono? Sentito che effetto?".
"Sì, bello. Ma dicevo... lo capiranno a Milano, a Roma, a Napoli, a Palermo?".
"Avoglia!".
"Mh, ho i miei dubbi. Lo leviamo?".
"Levarlo?! Giammai!".
"Va be, vediamo dai, lasciamolo in sospeso. Senti, invece: parliamo di raccattò una balla da non si dire".
"Eh".
"No, dico: raccattò una balla".
"Sì".
"Cosa significa esattamente?".
"Che raccattò una cignata, prese una randellata, incassò una trofea. Insomma, si ubriacò".
"Ah, ecco, si ubriacò... e mettere si ubriacò ?".
"Macché scherzi?! Senti come è moscio si ubriacò ? Senti invece la potenza di raccattò una balla ?".
"Sì, la potenza, ok. Allora parliamo di zipilla ".
"Sì, dimmi".
"No, dico: zipilla. Traduzione?".
"Piena zeppa".
Ah, è bello anche piena zeppa però".
"Mh, insomma...".
"Ok. E aggeggiare ?".
Uffa però.
NON FARE COMPLIMENTI
Rivedendo Tosca D'Aquino recitare nella prima pellicola di Leonardo Pieraccioni ("I laureati"), il Pepo ha detto: "La mi garba un monte: è tracagnòzzera come te".
Siccome ha visto che mi sono offesa, ha tentato di consolarmi spiegandomi che era un complimento e che voleva dire "strùppola".
DA NIDO'
Nidò, a Firenze, è un negozio per bambini che si autodefinisce "centro specializzato per l'infanzia".
E noi questa mattina ci siamo entrati per comprare una cosa a SuperFranco, che domani riceverà il battesimo.
"E' un regalo?" ha chiesto la commessa al Pepo.
"Graziaddìo sì" ha detto lui ridendo.
Ma siccome lei lo ha guardato come si guarda un assassino, lui è uscito sul marciapiedi con la scusa di accendersi un cicchino.
"Icché ci fai te qui?!" gli ha gridato Chisaitu passando in bicicletta per andare a lavorare.
"Sono con la profe, ma non ci s'entra nulla, è un regalo!" ha chiarito lui.
Poi, perché il chiarimento fosse ancora più chiaro, mi ha portata in quel negozio di pazzi dove lavora anche Zeus.
Ma quello è un altro post.